A NEW ITALIAN POLITICAL CINEMA?
MANCHESTER CONFERENCE ABSTRACTS
Silvana Serra (Società Dante Alighieri, Manchester e iscritta Cgil)
Verità filmiche su violenza di Stato e mistificazione della realtà nella storia recente d’Italia: Draquila di Sabina Guzzanti.
Attraverso il ripercorrere dei drammatici eventi della storia recente d’Italia e della loro rappresentazione mediatica, è possibile tracciare l’intreccio tra l’inquietante spregiudicatezza mostrata dallo Stato nel combattere il dissenso e l’immutabile fatalismo verso il potere politico di una parte degli italiani. Una condizione che li fa avere una percezione di se stessi come sudditi e non cittadini. Un intreccio esemplarmente descritto dal film-documentario Draquila di Sabina Guzzanti sui terribili fatti del terremoto in Abruzzo. L’analisi di come il film sia costruito su un ben equilibrato mix di stili quali il documentario, la satira e il film d’indagine alla maniera di Michael Moore (Bowling for Colombine), evidenzia il pregio del film di potersi rivolgere ad un pubblico ampio, rivelando cosi` una funzione che puo` andare oltre la denuncia per diventare formativa. Infatti, con la sua sistematica opposizione dell’amara realta` dei fatti ai proclami trionfalistici, il film descrive efficacemente come sia stato possibile in Italia rivivere ancora una volta una stagione politico-sociale che, servendosi di una patina luccicante, ha realizzato sinistre operazioni repressive dei diritti costituzionali.
Monica Jansen (Università di Utrecht / Università di Anversa)
Trauma o utopia? Repressione e rivolta nelle visualizzazioni del G8 a Genova.
Una particolarità delle manifestazioni a Genova nel 2001 contro il G8 è la grande quantità di materiale audiovisivo che documenta gli eventi, da cui sono però rimasti esclusi quelli più traumatici: la repressione violenta nella scuola Diaz e le umiliazioni e torture afflitte dalle forze dell’ordine nella caserma di Bolzaneto. Proprio questi eventi chiave per la ferita aperta di Genova, sono diventati episodi di film di finzione, oltre che materiale per diversi documentari. Centrale nell’analisi cinematografica saranno lo spinoso tema della violenza (di stato?) da parte dell'ordine pubblico contro la (non)violenza dei manifestanti da un lato e dall’altro la rivisitazione della dicotomia vittime-carnefici, prendendo in considerazione anche la violenza esercitata dai black block. Inoltre ci si chiederà quali siano gli spazi rimasti per inscenare l'utopia di un’alternativa possibile partendo dalla memoria culturale del trauma di Genova.
Filippo Ticozzi (regista)
Video- appunti guatemaltechi.
Partendo dalle proprie esperienze e dalla visione di un frammento del documentario Lettere dal Guatemala Filippo Ticozzi, che ha girato due documentari e un reportage in Guatemala, racconterà gli incontri “filmici” avvenuti nei periodi passati laggiù nel corso del tempo. Incontri particolari, poiché sempre mediati dal dispositivo audiovisivo. Il popolo guatemalteco, diviso in due distinte etnie, i ladinos e i maya; il Paese, incredibile coacervo di paesaggi e climi; la storia antica e soprattutto la storia recente segnata dall’interminabile repressione degli indigeni: una tra le più dure e meno conosciute, scoppiata a ridosso degli anni cinquanta e durata sino a pochi anni fa. Un massacro feroce che ha dato vita ad una lunghissima guerriglia, combattuta principalmente tra le montagne del Quiché, ventre della cultura Maya. Questo e altro, mediato dal racconto verbale o filmato direttamente, può essere raccolto dalla videocamera. Come si pone dunque l’uomo con la macchina da presa? Cosa significa filmare in un luogo e una cultura diversi? Come prepararsi? Come percepire il materiale audiovisivo una volta raccolto? Non ci sono risposte nette ovviamente, ma solamente l’intuizione e il rigore dell’autore da un lato e il potere affabulatorio e virtualmente sleale del filmare. E alcune regole.
Federica Mazzara (University College, London)
L’accento mancato: il cinema della migrazione in Italia
Nell’ultimo decennio, l’etichetta di ‘cinema italiano della migrazione’ è stata adoperata per indicare una produzione cinematografica che volge lo sguardo a questioni legate all’arrivo in Italia - almeno dagli anni Ottanta in poi - di un numero sempre crescente di ‘ospiti’, ‘stranieri’, ‘immigrati’, ‘extracomunitari’, ‘clandestini’, ecc. Da Amelio in poi, passando per Placido, Garrone, Mazzacurati, Comencini, Munzi fino ad arrivare all’ultimo Crialese, la questione degli immigrati in Italia è stata affrontata in modo più o meno ‘realistico’, con l’intento di offrire uno sguardo più ‘intimo’ sui soggetti migranti, la cui rappresentazione sarebbe altrimenti limitata a quella della sola TV e della stampa, strumenti quest’ultimi di un discorso politico mirato a strumentalizzare la questione dell’immigrazione in Italia. Per quanto lo sforzo di gran parte di questi registi italiani sia apprezzabile, anche semplicemente per aver contribuito a risvegliare l’attenzione del cinema sui soggetti migranti in Italia, resta comunque il fatto che per la maggior parte dei casi si tratta di tentativi fini a se stessi che limitano lo sguardo ad aspetti poco innovativi, soprattutto riguardo ai modi di produzione. Siamo lontani, in Italia, dal cinema ‘accentato’ di cui parla Hamid Naficy, dove l'accento emana dalla dislocazione (displacement) del regista e dai modi di produzione ‘interstiziali’. Pochi e timidi tentativi (Theo Eshetu, Hedy Krissane, Mohamed Zineddaine), suggeriscono che un cinema accentato sarà forse possibile anche in Italia.
Patrizia Muscogiuri (University of Salford)
Terraferma, tra plauso e contestazioni: Distorsioni mediatiche, deformazioni linguistiche e la clandestinità delle politiche italiane sull’immigrazione
Con Terraferma (2011) Emanuele Crialese porta a compimento una trilogia – inaugurata con Once We Were Strangers (1997) e comprendente anche Nuovomondo (2006) – sul nodo tematico migrazione e alterità. A differenza dei due film precedenti però, che raccontano storie di migranti in America, Terraferma si inserisce nella sempre crescente filmografia sull’immigrazione attuale in Italia attraverso il Mediterraneo. La denuncia di un dramma umano e di leggi e normative sull’immigrazione che, all’insaputa dei più, sono in violazione dei diritti umani, il recupero di una funzione politica del cinema nel contesto di un’informazione malata, hanno guadagnato al film elogi e premi. Ma Terraferma ha anche sollevato polemiche, la natura delle quali attesta con agghiacciante evidenza la perfetta riuscita della manipolazione dell’informazione nell’Italia dell’era berlusconiana. Tali contestazioni riflettono anche, oltre all’implicita accettazione di soluzioni legislative illegittime e di oscuri accordi internazionali, l’adozione di un lessico ormai deformato, volto a plasmare l’opinione pubblica a fini propagandistici.
Vito Zagarrio (Università Roma Tre)
Lo sguardo della migrazione: la messa in scena del cinema italiano che rappresenta l’immigrazione
Il paper affronta il tema di come il cinema italiano contemporaneo metta in scena il fenomeno della migrazione. Si concentra sullo “sguardo” dei registi, attraverso i loro protagonisti, sulla nuova realtà italiana di cui la migrazione ha scoperto i nervi. Alcuni case studies sono il recente Terraferma, che conferma la capacità visionaria di Crialese nel descrivere l’Altro, La giusta distanza di Mazzacurati, dove emergono il voyeurismo ed il gaze lacaniano, Goodmorning Aman di Noce, basato sullo sguardo diverso del nuovo emigrante, l’opera prima del documentarista Andrea Segre Io sono Li. Il paper affronta brevemente anche il tema del “Mito italiano” per i migranti, dal noto Lamerica di Amelio alla poco conosciuta commedia Nemmeno in un sogno di Federico Greco, dove un pastore del Medio Oriente decide di venire in Italia convinto che la realtà sociale sia quello della televisione commerciale che ha imparato ad amare attraverso la sua antenna parabolica. Lo slogan del paper è, citando una serie di convegni internazionali sulla rappresentazione dell’emigrazione, “directing migration & migrating direction”: da un lato cioè bisogna analizzare la regia della migrazione; dall’altro riflettere come il tema della migrazione abbia contribuito a mutare le forme espressive, nell’ambito della grande rivoluzione digitale.
Carlo Michele Schirinzi (regista)
Spostamenti tellurici: un calcio alla democrazia cinematografica
Vivo nell’estremità meridionale della Puglia, nel Capo di Leuca, un posto chiamato anche Finis Terrae per la sua posizione geografica, da sempre terra di transito per popolazioni e culture che giungevano da oriente (greci e bizantini), ma anche, come dimostrano le numerosissime torri d’avvistamento disseminate sulla costa jonica e su quella adriatica, terra di approdi violenti (saraceni e turchi). Oggi, le torri costiere sono diventate luoghi turistici ma i corpi migranti continuano ad approdare, stipati clandestinamente su imbarcazioni come carne da macello. Vivendo ed operando in questo luogo, risulta impossibile chiudere gli occhi di fronte alle transumanze umane: tratto questo dramma cercando di non scivolare nello stereotipo che molto cinema mediocre ha contribuito a creare. Per me infatti, non esistono film che parlano in modo adeguato dell’immigrazione, spesso si limitano a descrivere il dramma senza spingersi oltre per tentare di far rivivere allo spettatore l’atrocità degli attraversamenti.

Pauline Small (Queen Mary, London)
21st Century Boat People
Italy, for long an ‘emigrant-sending’ society, has transformed into one that is ‘immigrant- receiving’. Cinema has traced this significant development in diversification of the Italian nation state: in the 1990s, the films of Amelio (Lamerica, 1994) and Moretti (Aprile, 1998) contemplated the experiences of the ‘boat people’ from Albania, and in the 2000s a focus is now developing on the journeys of African refugees, with Crialese’s Terraferma (2010) as an example. But it is important to emphasise that these productions, though identifying different historical and political moments of recent history, unite in reflecting, not on the cultural significance of the boat people’s experience, but rather on the fact that these travellers trigger reflection on Italy itself, and the continuing fragmentation of ‘Italy’. From Rocco and his brothers to Terraferma, cinema emphasizes what Jane Schneider terms ‘orientalism in one country’: from the reception of the southern ‘immigrants’ (deemed by their Milanese neighbours as originating from ‘Lucania – Africa!’) of Visconti’s film to Crialese’s juxtaposition of images of bourgeois holidaymakers arriving on summer ferries alongside those of African refugees desperate to disembark on dry land. In their respective films all the filmmakers cited challenge and break down the concept of national boundaries, to replace it with a more global vision where images of poverty and disenfranchisement, rather than assumed national or ethnic origins, are proposed instead as the key to marginalization.
Guido Bonsaver (University of Oxford)
Immigration and the Politics of the Italian Film Industry
This paper will concentrate on the representation of recent immigration in Italian cinema. After giving some quantitative data (thanks to a recently-built database publicly available online as of January 2012), the discussion will tackle two issues. First it will look at the tendencies and characteristics of films directed and scripted by Italians. Secondly it will discuss the challenges facing the Italian film industry with regard to the production of films scripted and/or directed by non-Italians.
Yosefa Loshitzky (University of East London)
The White Continent is Dark: Bernardo Bertolucci’s Besieged
The contemporary Western metropolis has become the locus of fears and anxieties of first world metropolitan masses of being “swamped” by inassimilable others viewed as demographically, economically, and culturally threatening. The fears of the city being contaminated and polluted through miscegenation by migrants are particularly powerful with regard to the capital, the centre of national pride. Yet, the capital, the “head” of the nation, arouses ambivalence because as a space where miscegenation and multiculturalism take place it pollutes the country, the “body” of the nation. The city according to this racist and nationalistic view poses a danger to the homogenous and “authentic” national culture. It is the other within. This paper will investigate the projection of these fears and anxieties about miscegenation, migration and pollution in Bernardo Bertolucci’s film Besieged which takes place in Rome, Italy’s capital, and involves a “forbidden love story” between a white English expatriate and his Black cleaning woman who is a refugee from Africa.
Luciana d’Arcangeli, (Flinders University, Adelaide)
Making the Invisible Visible in Francesco Patierno’s Cose dell’altro mondo (2011)
Patierno’s latest film – inspired by Alfonso Arau’s A Day Without A Mexican (2004) – sees an industrialist (Diego Abatantuono) rant on television against immigrants on a daily basis. However, suddenly, one day, the latter inexplicably disappear from Italian society. The absence of immigrants comically drives home just how essential their presence is to keep the country running and their disappearance brings the same racist industrialist to wish they would all come back. For the Italian director, subtraction seems to be the best way to illustrate just how necessary immigration is to the country; however, his film sparked numerous controversies from the early stages of filming. Though well received by critics and audiences, the film has its faults, not least the fact that the immigrants themselves have no voice. Does subtraction work when talking about immigration, assimilation and/or integration?
Session 4
William Hope (Università di Salford): L’importanza della visibilità per le problematiche del lavoro in Italia: i metalmeccanici della Ferrari come registi. 
Questa introduzione vuole offrire una panoramica delle questioni che riguardano il lavoro e dei recenti tentativi di rappresentarle sullo schermo. Questioni come il crescente numero di morti bianche nelle fabbriche, il precariato e le pessime condizioni di lavoro in alcuni settori industriali. Nell’ultimo mezzo secolo, pochi registi sono riusciti a rappresentare gli operai e la vita operaia in fabbrica in modo convincente. Perciò qualunque tentativo da parte degli operai stessi di usare la tecnologia a loro disposizione per fare cinema e per immortalare le loro esperienze è uno sviluppo interessante. I metalmeccanici della Ferrari hanno appunto adottato questa strategia per attirare l’attenzione del pubblico sulla loro lotta contro la dirigenza della FIAT-Ferrari che vuole imporre un nuovo, piu' sfavorevole contratto di lavoro.
Marco Paoli (Università di Liverpool):
Modernità liquida e identità nelle tragicommedie di Paolo Virzì.
Lo scopo di questo intervento è mettere in risalto l’importanza e il valore del lavoro in quanto esperienza sociale fondamentale che plasma e influenza la vita quotidiana di gran parte dell’umanità e di come questo sia stato rappresentato in alcuni film di Paolo Virzì. Fino a circa venti anni fa il lavoro inteso come stabile e duraturo definiva l’identità personale e sociale degli individui, garantendo un’integrazione sociale che è venuta, e viene, però a mancare con il diffondersi del lavoro precario. Si è assistito quindi ad un passaggio da un’era lavorativa moderna a quella postmoderna basata sulla cosìdetta modernità liquida che ha modificato radicalmente il rapporto tra lavoro e identità personale e sociale con particolare riferimento alle classi meno agiate e più marginalizzate. Verrà quindi preso in esame il modo in cui alcuni dei più significativi film di Paolo Virzì hanno rappresentato questa evoluzione del mondo del lavoro negli ultimi venti anni.
Áine O’Healy (Loyola Marymount University, L.A.)
Bound to care: The badante’s work on screen
The concept of 'affective labour' has emerged in recent years in the debate on post-Fordism, while in Italian cinema we note the increasing visibility of the affective worker par excellence, the badante. This foreign-born care provider, who looks after the daily needs of elderly citizens and small children, responds to specific affective lacunae in a social landscape that is being transformed by market forces, migration and the breakdown of traditional family structures. Sandro Mezzadra has argued that the badante provides services comparable to those offered by a range of other figures, from prostitutes to ‘good wives.’ Drawing on Mezzadra’s insights and on studies by Italian and Anglophone feminists, this paper examines three films that capture the tensions and contradictions implicated in the work of the badante. In each of them a migrant woman hovers at the edge of an Italian family. Essential to its quotidian routines, she is both an intimate and an alien. And in each case, the subjective incommensurabilty of this crucial yet marginalized figure is problematized by the film's representational strategies.